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Il 45% degli adolescenti sogna di fare l'influencer: cosa dice davvero l'indagine 2026 (e perché riguarda chi crea contenuti)

Per una generazione di teenager il mestiere dei sogni non è più quello del calciatore o della velina: è quello dell'influencer. Lo indica l'edizione 2026 dell'Indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca Iard con il patrocinio della Società Italiana di Pediatria. Secondo la ricerca, creare contenuti e vivere di community è diventata l'aspirazione dichiarata dal 45% degli adolescenti, un obiettivo trasversale a maschi e femmine che ha preso il posto delle ambizioni tipiche di inizio secolo.

di Redazione· 3 min di lettura

Per una generazione di teenager il mestiere dei sogni non è più quello del calciatore o della velina: è quello dell'influencer. Lo indica l'edizione 2026 dell'Indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca Iard con il patrocinio della Società Italiana di Pediatria. Secondo la ricerca, creare contenuti e vivere di community è diventata l'aspirazione dichiarata dal 45% degli adolescenti, un obiettivo trasversale a maschi e femmine che ha preso il posto delle ambizioni tipiche di inizio secolo.

Per chi lavora nella creator economy è un dato che conferma quanto la figura del creator sia ormai entrata nell'immaginario collettivo dei più giovani. Alle spalle di quel sogno c'è un uso intensivo delle piattaforme: l'88% degli intervistati pubblica abitualmente reel e story, e oltre il 60% considera molto importante avere un buon numero di follower, letto sia come misura della propria popolarità nel gruppo dei pari sia come trampolino verso fama e guadagni.

Un bacino di aspiranti creator, ma anche di pubblico fragile

Il rovescio della medaglia è la parte della ricerca che dovrebbe interessare di più agenzie, brand e creator affermati. I social non sono soltanto la palestra di chi vuole "sfondare": sono anche la principale fonte di informazione per una fascia d'età che fatica a valutarne l'attendibilità. Il 57% degli adolescenti (e il 65% delle ragazze) usa abitualmente i social per cercare informazioni sulla salute, mentre solo il 15% dichiara di non farlo mai. Sui temi legati alla sessualità e al corpo, poi, le piattaforme sono di gran lunga la prima fonte citata (41,5%), molto davanti alla famiglia (12%) e al medico.

È qui che la ricerca introduce l'allarme sulla qualità dell'informazione. Marina Picca, vicepresidente di Laboratorio Adolescenza, sottolinea come tra i contenuti corretti che circolano sui social se ne trovino altrettanti imprecisi o addirittura dannosi, proposti però con la stessa efficacia comunicativa. Il rischio, spiega, è che i ragazzi si fermino alla prima informazione senza verificarne la fonte o l'autorevolezza. Per questo l'indagine invita pediatri e medici di famiglia a farsi carico del problema, con un linguaggio più vicino ai giovani e con un aggiornamento professionale specifico, come racconta anche Maria Teresa Zocchi, dirigente di Laboratorio Adolescenza, riguardo alla guida realizzata insieme all'Ordine dei medici di Milano e a Sicupp Lombardia.

Le insidie che accompagnano la "vita da social"

Accanto al tema dell'informazione, la fotografia degli adolescenti online mostra diverse zone d'ombra. Il 27% del campione (che sale al 36% tra i maschi) dichiara di aver già avuto esperienze di gioco d'azzardo online, aggirando senza troppa fatica i filtri sull'età. Una quota analoga, il 27%, ha partecipato o intende partecipare a una challenge, le sfide social che spingono a prove rischiose e che in alcuni casi hanno avuto esiti tragici.

C'è anche il capitolo dei divieti. Il 67% degli adolescenti considera giusto l'obbligo per i siti pornografici di verificare la maggiore età degli utenti (tra i maschi i favorevoli scendono al 56%), ma il 68% ritiene che la misura resterà comunque inefficace perché facilmente aggirabile. Un giudizio che dice molto sulla dimestichezza con cui questa generazione si muove tra regole e scorciatoie digitali.

Perché il settore dovrebbe leggerlo con attenzione

Per creator, talent manager e brand la ricerca è un doppio segnale. Da un lato certifica un ricambio generazionale continuo: crescono i giovanissimi che vogliono fare del content creation un mestiere, alimentando il bacino di nuovi talenti e di pubblico. Dall'altro ricorda che una parte consistente di quel pubblico è composta da minori che usano i contenuti come fonte di informazione senza filtri critici solidi.

Chi produce contenuti e chi li finanzia si trova quindi davanti a una responsabilità che va oltre l'engagement: la credibilità, la trasparenza delle collaborazioni commerciali e l'attenzione ai temi sensibili non sono soltanto buone pratiche reputazionali, ma diventano un presidio verso una platea giovane e influenzabile. In un mercato che si professionalizza, prendersi cura della qualità di ciò che si pubblica è anche il modo migliore per proteggere il valore di lungo periodo della propria community.