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AI Act, per i creator la trasparenza diventa un asset (non un adempimento)

C'è un numero che toglie dal tavolo la domanda sbagliata: il mercato dei virtual influencer vale già tra i 2 e i 5 miliardi di dollari e continua a crescere. Non serve chiedersi se la regolamentazione sull'AI frenerà la creator economy. La domanda utile è chi riuscirà a trasformare l'obbligo di dichiarare l'uso dell'intelligenza artificiale in un vantaggio competitivo, e chi se lo ritroverà solo come voce di costo.

di Redazione· 5 min di lettura

C'è un numero che toglie dal tavolo la domanda sbagliata: il mercato dei virtual influencer vale già tra i 2 e i 5 miliardi di dollari e continua a crescere. Non serve chiedersi se la regolamentazione sull'AI frenerà la creator economy. La domanda utile è chi riuscirà a trasformare l'obbligo di dichiarare l'uso dell'intelligenza artificiale in un vantaggio competitivo, e chi se lo ritroverà solo come voce di costo.

È la tesi di Simone Pepino, amministratore delegato di Hoopygang, in un intervento pubblicato il 9 settembre su Media Key. L'AI Act, sostiene, non è un tema da ufficio legale: cambia il modo in cui brand, creator e agenzie producono contenuti, e porta la trasparenza dentro la relazione con l'audience.

Il valore si sposta a monte

Il passaggio più rilevante per chi crea contenuti riguarda dove si genera il margine. L'esecuzione — scrivere, girare, montare — è la parte che l'AI già oggi svolge più in fretta e spesso meglio di molti team umani. Quello che resta scarso, e quindi pagato, è la direzione strategica: decidere cosa raccontare, a chi affidarlo (persona reale o personaggio sintetico) e come dichiararlo con onestà a chi guarda.

Il rischio vero per creator e agenzie non è la norma in sé. È continuare a trattare l'AI come una scorciatoia produttiva, quando richiede più giudizio umano a monte, non meno.

Tre giurisdizioni, un solo punto d'arrivo

Negli USA la FTC non ha scritto una legge nuova: ha irrigidito l'applicazione delle Endorsement Guides. Dal 2025 vale la "doppia disclosure" — vanno dichiarati sia il rapporto commerciale con il brand sia il coinvolgimento dell'AI, perché non sono la stessa cosa e non si sostituiscono. Le sanzioni possono superare i 53mila dollari per singolo contenuto non conforme, e da gennaio 2026 esiste un'unità FTC dedicata all'enforcement sull'AI. Lo Stato di New York ha anticipato tutti con la prima legge americana sulla disclosure dei "synthetic performers", in vigore da giugno 2026.

Il Regno Unito non ha regole specifiche: l'autorità di autodisciplina CAP ha chiarito che i codici esistenti valgono comunque, a prescindere da come il contenuto è stato creato. Il test è pragmatico: il pubblico sarebbe ingannato se non sapesse che è stata usata l'AI? Ne discende una distinzione da tenere a mente in fase di brief — dichiarare che un influencer è generato dall'AI può rendere accettabile anche un contenuto surreale o comico, ma nessuna disclosure salva un messaggio ingannevole nella sostanza, per esempio un'immagine che mostra risultati di prodotto non realistici.

In Italia il percorso è nato da uno scandalo più che da una visione. Il Pandorogate, con AGCOM che tra 2023 e 2024 sanzionò le aziende coinvolte per quasi un milione di euro, ha accelerato le Linee guida che equiparano gli influencer sopra il milione di follower agli operatori media audiovisivi. Il quadro è affollato: AGCOM, il Regolamento Digital Chart dello IAP, l'AGCM sulla pubblicità occulta. Il monitoraggio IAP-Almed del 2025 fotografa un settore a metà del guado: 70% di conformità nel beauty, oltre il 60% negli integratori, con le criticità concentrate nei formati dinamici come stories e reel — lo stesso punto debole segnalato dai regolatori britannici. A marzo 2026 la Commissione Europea ha aggiunto un Codice di condotta sull'etichettatura dei contenuti generati dall'AI, collegato all'AI Act.

Quando la trasparenza manca, il conto lo paga chi non c'entra

Il caso di Martin Lewis è il rovescio della medaglia. Il giornalista finanziario britannico è oggi il personaggio pubblico più impersonato dai truffatori: volto e voce replicati con deepfake compaiono in oltre il 32% degli scam ads pubblici segnalati nel Paese. Lewis non ha alcun controllo su quei contenuti, ma ne paga il costo reputazionale.

I sintetici dichiarati funzionano già

Sul lato opposto ci sono i casi in cui la natura artificiale non è mai stata nascosta ed è diventata parte della proposta. Lil Miquela, virtual influencer nato a Los Angeles nel 2016, ha lavorato dichiaratamente con Calvin Klein, Prada e Samsung, con un giro d'affari cumulato stimato oltre i 10 milioni di dollari. Aitana López, creata nel 2023 da un'agenzia di Barcellona, genera decine di migliaia di euro al mese su un posizionamento chirurgico: fitness, gaming, pubblico ispanico. Lu do Magalu, avatar del retailer brasiliano Magazine Luiza, ha fatturato oltre 2,5 milioni di dollari in un anno su 74 contenuti sponsorizzati, più del reddito medio annuo di un creator umano.

La rassicurazione più comoda — il pubblico preferirà sempre l'umano — regge poco davanti ai dati: uno studio di Stanford del 2025 ha rilevato che il 68% degli adolescenti intervistati non sa distinguere un influencer generato dall'AI da uno reale. Aitana non funziona perché è finta o vera, ma perché dietro c'è una regia editoriale precisa, con persone che hanno deciso cosa quel personaggio dice, a chi e con quale coerenza nel tempo.

Il test britannico lo conferma per via indiretta: un'AI dichiarata e usata con intenzione difendibile passa il vaglio, un'AI usata per confondere no. La tecnologia è identica, cambia la responsabilità editoriale a monte. La trasparenza, in questa lettura, non è l'ostacolo: è la condizione che permette al mercato di fidarsi abbastanza da continuare a scalare.


Fonti

  • Simone Pepino (Ceo, Hoopygang), opinion article su Media Key, 9 settembre 2026.