I creator più grandi stanno riducendo il numero di brand con cui lavorano e chiedono di più a quelli che restano: partecipazioni societarie, contributo sul prodotto e, in qualche caso, un ruolo in azienda. È quanto emerge dalle sessioni di Advertising Week New York raccolte da Digiday.
Il contesto: creator trattati come inventario
Gli inserzionisti hanno investito molto sui creator e spesso li comprano come inventario pubblicitario, a impression, sostituendoli quando i numeri calano. I nomi più importanti rifiutano questa logica per proteggere il proprio valore. Le loro audience, notano le fonti, si comportano da fan, quindi la fiducia è la risorsa principale: una singola collaborazione che sembra un "vendersi" può danneggiare il personal brand.
Alix Earle: cinque o sei brand l'anno
Alix Earle, con 14 milioni di follower complessivi, dice di preferire cinque o sei marchi all'anno a cento. Valuta accordi con quote societarie con i brand che sceglie e cerca rapporti lunghi su prodotti che usa davvero. Sta lavorando a due intese impostate come joint venture, in cui lei e il marchio condividono lavoro creativo e ricavi. Una passa da una chat con fotografo e stylist, l'altra coinvolge l'agenzia creativa del brand. Essere coinvolta presto, racconta, la spinge a dare più del richiesto: i risultati migliori arrivano quando i marchi le lasciano guidare.
Jordan Howlett diventa chief content officer
Jordan Howlett, famoso per rompere gli occhiali contro i muri nei video, è diventato quest'anno chief content officer di Blenders Eyewear. Il CEO Jack Gray racconta che all'inizio Howlett aveva ignorato il contatto e il suo manager aveva chiarito che non voleva un accordo transazionale. Oggi ha un ufficio, dà feedback schietti al team interno e ha diretto uno spot con Method Man. Si descrive come un principiante negli affari e dice che vedere il ruolo come un trampolino sarebbe un torto a entrambe le parti.
I brand assegnano titoli creativi alle celebrità da oltre un decennio, ricorda l'articolo, citando Lady Gaga per Polaroid (2010) e Alicia Keys per BlackBerry circa tre anni dopo. La prova vera per Blenders, che Gray definisce un "marchio di prodotto", è se Howlett influenzi gli occhiali. Finora sì: il design director lavora a occhiali "a prova di Jordan" con cerniere pensate per sopravvivere ai lanci, e Howlett ha spinto per una collezione misteriosa da 3.000 paia prima delle feste, dove si riceve a caso uno di sei modelli. Una linea legata a lui è in arrivo e seguirà con il team la campagna natalizia.
Selettività e formati collaudati
Kevin Cooney, papà creator con oltre 4 milioni di follower, rifiuta le campagne di cui dubita e suggerisce ai marchi di rivolgersi ai micro-influencer. Nel 2017 e 2018 ha pubblicato dieci volte al giorno per capire cosa piacesse al pubblico; oggi si affida a quattro formati: uno sketch con accento di Boston con la moglie, video in auto con la figlia, i "get ready with me" con lei e una serie su cosa non dire alla moglie. Per i brand che cercano virale usa un esercizio a "Mad Libs" per trovare dove il prodotto si incastra.
Issa Rae, con HOORAE Media, produce micro-serie gratuite su TikTok finanziate da integrazioni di marchi come General Mills e DoorDash; chiede ai marketer di impegnarsi presto e di trattarla da collaboratrice.
Chi compra audience, non numeri
Michael Vito Valentino, editor-in-chief di NowThis, dice che oggi "chiunque può fare un milione di visualizzazioni". Ha cancellato uno show da milioni di views perché il pubblico non si era legato, e quest'anno ha acquistato la serie finanziaria Salary Transparency per la fedeltà dei suoi spettatori: compra l'audience stessa.
L'avvertenza delle agenzie
Stefani Stamatiou, CEO nordamericana dell'agenzia HYDP, avverte che l'equity non deve diventare il nuovo compenso da testimonial. Propone la "sweat equity": la proprietà si guadagna con contributi strategici, di consulenza o operativi, come nei modelli di venture building.
Numeri dal briefing
Il 42% dei dirigenti retail ritiene il social commerce (TikTok Shop, Instagram Shopping) uno dei primi due motori degli ordini online natalizi. La spesa pubblicitaria globale sui social è prevista a 394,6 miliardi di dollari quest'anno. L'85% degli utenti Pinterest intervistati dice di aver scoperto lì idee o tendenze beauty.
Per chi crea
Anche senza 14 milioni di follower, il messaggio vale: meno accordi ma più profondi, chiarezza su chi decide il prodotto e un modo di essere ricompensati che non sia solo il fee per post.