C'è un numero che dovrebbe interessare chiunque lavori con i creator: 3,5 volte. È il ritorno che le campagne creator possono generare rispetto ai media a pagamento, secondo il market-mix modelling di WPP Media, uno dei più grandi gruppi di media buying al mondo. Con una condizione precisa, però: quel risultato arriva solo "a una certa scala".
A dirlo è Shekhar Banerjee, President, Client Solutions di WPP Media South Asia, intervenuto al Global GenZ Summit 2026 organizzato da Storyboard18. L'agenzia ha testato le campagne creator su volumi importanti — in un singolo esperimento della durata di un mese sono stati coinvolti circa 500-600 creator — registrando un impatto significativo sul ROI.
Il creator entra nel media mix
Il punto non è tanto il singolo dato, quanto il cambio di paradigma che lo accompagna. Per WPP Media i creator non vanno più trattati come un canale di marketing a sé stante, ma come una componente del più ampio media mix, da pianificare e misurare accanto a tutti gli altri investimenti. È un salto concettuale: significa che il lavoro dei creator viene valutato con gli stessi strumenti — modellazione, coorti di pubblico, matematica dei media — usati per la pubblicità tradizionale.
Per chi crea contenuti è una notizia a doppio taglio. Da un lato, è la consacrazione: i budget si spostano verso i creator perché i numeri lo giustificano. Dall'altro, entrare nel media mix significa essere misurati con metriche di performance, non solo con like e visualizzazioni.
La scala richiede infrastruttura (e meno intermediari)
Gestire centinaia di creator in una sola campagna pone un problema operativo enorme. Per questo, spiega Banerjee, WPP Media ha investito molto tempo nel costruire un sistema che porti trasparenza e "auditabilità" all'intero processo: disponibilità dei creator, onboarding, contrattualizzazione e pagamenti. L'obiettivo dichiarato è ridurre il ruolo dei molteplici intermediari che oggi si frappongono tra brand e creator.
È un passaggio che i talent manager e le agenzie di rappresentanza dovrebbero leggere con attenzione: quando un colosso del media buying industrializza selezione, contratti e pagamenti, una parte della filiera di intermediazione rischia di essere compressa. L'approccio, precisa comunque il manager, resta ibrido: la tecnologia gestisce segmentazione, coorti e "media mathematics", ma rilevanza e capacità di influenzare restano una valutazione umana. L'AI, aggiunge, viene usata per lo scanning del pubblico, la scoperta dei creator e il deployment.
L'autenticità batte la produzione patinata
Il tema che torna con più forza nel dibattito è l'autenticità. Banerjee cita una campagna per un dentifricio in cui un creator compariva con la schiuma intorno alla bocca mentre si lavava i denti: la versione "grezza" ha performato meglio di quella ripulita, proprio perché rispecchiava un gesto quotidiano reale. È la conferma che il contenuto creator funziona con regole diverse dalla pubblicità classica, dove la produzione è spesso più levigata.
Sullo stesso asse si muovono gli altri relatori. Naarayan T V, CMO di Akasa Air, taglia corto: "I follower sono un dettaglio incidentale, conta la rilevanza". Pawandip Singh, CMO di Rapido, definisce la reach una "metrica di vanità" e spiega che l'azienda misura l'influenza con metriche comportamentali e l'impatto con ricavi, retention e brand equity.
Micro, nano e creator vernacolari
L'altra grande direttrice è quella dei micro e nano creator, indicati come leva chiave per i mercati minori — le città di seconda, terza e quarta fascia. Rapido, per esempio, ha lavorato con creator vernacolari nei centri più piccoli, dove la rilevanza locale e la fiducia del pubblico pesano più della notorietà assoluta.
Cosa portarsi a casa
Il messaggio per il settore è netto. Il valore economico dei creator, quando la campagna raggiunge una massa critica, è ormai dimostrabile e competitivo con il paid media. Ma per estrarlo servono tre cose: scala, sistemi di misurazione seri e contenuti autentici. Per i creator conviene attrezzarsi a lavorare dentro logiche di performance e a dimostrare impatto reale, non vanity metrics. Per agenzie e talent, la partita si gioca sull'efficienza operativa e sulla capacità di aggiungere valore là dove il giudizio umano — rilevanza, cultura, fiducia — resta insostituibile.