Per un creator italiano il dato più importante del 2026 non è quanto vale il mercato, ma quale profilo di creator quel mercato è disposto a pagare. E la risposta, secondo i numeri diffusi da Spot and Web, è netta: chi costruisce contenuti di qualità e relazioni credibili con la propria community vale più di chi accumula follower. Il semplice conteggio del seguito perde centralità; contano affinità, affidabilità e risultati misurabili.
I criteri di scelta ribaltati
Nella selezione dei profili, la qualità e lo stile dei contenuti pesano per il 42%, l'engagement per il 38% e l'autenticità per il 35%. In Italia la tendenza è ancora più marcata: il 51% dei brand indica qualità e stile come primo criterio di scelta, contro una media europea del 42%. È un cambio di regole che premia chi ha lavorato sulla nicchia e sulla coerenza editoriale, più che sulla crescita a ogni costo.
Lo conferma il peso crescente dei micro-influencer, con community tra 10mila e 100mila follower: sono il riferimento operativo principale per il 71% delle aziende europee e per il 75% di quelle italiane. I nano-influencer vengono scelti da tre aziende su dieci, mentre i mega-influencer sopra il milione di follower restano fermi al 25% e vengono usati soprattutto per la visibilità, non per generare vendite.
L'etica come biglietto d'ingresso
C'è un secondo elemento che i creator italiani non possono ignorare: il rigore etico è diventato una condizione per lavorare, non un dettaglio. Il 57% dei marchi italiani impone il rispetto del proprio codice aziendale come requisito vincolante per avviare una collaborazione, contro una media europea del 45%.
Tra i requisiti richiesti figurano il rispetto delle normative locali, la trasparenza sulle sponsorizzazioni, l'esclusione di prodotti controversi, la presa di posizione contro il bullismo, la sensibilità ambientale e la dichiarazione dell'uso di filtri grafici. Le aziende italiane, inoltre, sono più propense alla co-creazione strategica con i creator (38%) e ai contenuti prodotti direttamente dagli utenti (27%): un segnale che il creator viene sempre più coinvolto nella costruzione del messaggio, non solo nella sua distribuzione.
Budget in crescita e più collaborazioni
Il contesto economico gioca a favore di chi sa posizionarsi. L'89% delle aziende prevede di aumentare gli investimenti nell'influencer marketing nei prossimi dodici mesi; solo il 2% pensa di ridurli. Sei brand su dieci spendono già oltre 100mila euro all'anno e il 36% supera i 200mila. La spesa mediana è di 144mila euro, ma cresce con le dimensioni dell'azienda: da 52mila euro per le realtà sotto i 50 dipendenti fino a 367mila euro per le organizzazioni più complesse. Nel 68% dei casi, l'influencer marketing genera fino al 25% dei ricavi delle attività di marketing.
Cresce anche il numero di creator coinvolti: le aziende che collaborano con almeno cento influencer all'anno sono più che raddoppiate rispetto al 2024, dal 18% al 37%. Più partnership significano più opportunità, ma anche più concorrenza per chi punta solo sulla dimensione del seguito.
Dove si sposta l'attenzione: piattaforme e formati
Sul fronte dei canali, Instagram resta il preferito e viene usato da nove aziende su dieci. TikTok arretra del 12% e scende al 67%, per via della diversificazione degli investimenti. Avanzano LinkedIn, che raggiunge il 40%, e WhatsApp, che triplica la propria quota arrivando al 15% sulla spinta del marketing conversazionale. Tra i formati più usati ci sono i video brevi (49%), l'AI e l'automazione (45%), le collaborazioni di lunga durata (39%) e il social commerce (34%).
Proprio l'intelligenza artificiale è ormai un'infrastruttura: l'84% delle aziende la usa già per analizzare pubblico e contenuti, individuare frodi, selezionare profili e pianificare campagne. L'adozione di piattaforme dedicate all'influencer marketing è passata in un anno dal 39% al 65%, mentre l'AI predittiva per stimare il ROI resta al 14%.
Il quadro complessivo, tratto dallo studio "Il futuro dell'Influencer Marketing: prospettive 2026/2027" realizzato da Kolsquare con B2B International su 1.123 aziende in sette mercati europei e quindici settori, colloca la creator economy italiana verso i 425 milioni di euro entro fine 2026, in crescita del 10,4%. Ma il messaggio per chi crea è più concreto della cifra: il creator del futuro non dovrà essere solo molto seguito, dovrà saper costruire fiducia e trasformarla in valore duraturo.