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Da reach a giudizio: a Cannes i brand corteggiano i creator come partner di lungo periodo

Per un creator, il segnale più interessante arrivato da Cannes quest'anno non è una festa o un red carpet, ma un cambio di linguaggio nei brand: non chiedono più soltanto la reach, chiedono il giudizio.

di Redazione· 5 min di lettura

Per un creator, il segnale più interessante arrivato da Cannes quest'anno non è una festa o un red carpet, ma un cambio di linguaggio nei brand: non chiedono più soltanto la reach, chiedono il giudizio. È la sintesi che emerge dal reportage firmato da Digiday al Festival della creatività, dove i marketer hanno smesso di trattare chi crea contenuti come uno spazio pubblicitario da ottimizzare e hanno iniziato a corteggiarlo come partner editoriale di lungo periodo.

Il riconoscimento culturale (e cosa significa per chi crea)

A metterlo nero su bianco è stata Mel Robbins, autrice e conduttrice del podcast che porta il suo nome, alla sua prima volta a Cannes: si è detta entusiasta del fatto che i brand stiano riconoscendo la "dominanza culturale" e l'impatto del formato podcast. Dietro la sua gratitudine dichiarata verso i brand partner c'è però una creator che sa esattamente come funzionano i budget pubblicitari e vuole che i marketer lo sappiano a loro volta. È un dettaglio che vale come lezione: il riconoscimento culturale ha valore solo se il creator lo traduce in potere negoziale.

Dalla campagna spot alla collaborazione continuativa

La stessa direzione emerge dal caso di Brandon Baum, tra i creator più visti in Europa con 28 milioni di follower e 18 miliardi di visualizzazioni, che ha mandato a Cannes per la prima volta Olly Lewis, responsabile commerciale del suo studio StudioB, per capire come far crescere la practice di marketing. L'obiettivo dichiarato: costruire per i brand narrazioni co-firmate e "always-on", non singole campagne o posizionamenti spot. Secondo Lewis, i dirigenti incontrati — CEO, CMO e global lead — chiedono proprio collaborazioni prolungate e co-costruite, dalla creazione di nuove IP a contenuti scripted ed episodici.

Per Jamie Gutfreund, fondatrice della società di creator marketing Creator Vision, la domanda di fondo dei brand a Cannes non era "quanto media compro", ma come operare la propria attività come una media company invece che come una sponsorizzazione. Non a caso, racconta Digiday, consulenti e talent manager quest'anno accompagnavano i CMO direttamente dagli incontri con i vendor di AI-search alle sedute con i creator: è lì, non alle feste, che si è giocato il lavoro vero del festival.

L'ossessione dei brand: possedere, non affittare

Il tema dell'"audience ownership" attraversa gli interventi dei grandi investitori. Il CMO di Bose, Jim Mollica, ha spiegato che affittare un'audience tramite paid media non è sostenibile con prezzi in salita e attenzione in calo: la sua scommessa è costruire equity che si accumula, con contenuti e partnership che appartengono al brand invece di reach in prestito che si azzera a ogni campagna. Sulla stessa linea Leandro Barreto (Unilever, Beauty & Wellbeing), per cui le collaborazioni con creator e community sono "di lungo termine"; la sfida, ammette, è dimostrare che funzionano su scala e "codificare" ciò che genera risultati. Marc Pritchard (P&G) inserisce invece i creator dentro un modello a tre voci — quella del brand, quella "esperta" (che raggruppa creator, influencer, celebrity e affiliati) e quella del consumatore.

La riorganizzazione interna che i creator devono conoscere

C'è un cambiamento operativo che riguarda da vicino chi tratta con i brand: funzioni finora separate — insight e analisi, paid media, social e influencer management — stanno confluendo in un unico punto di contatto. Il motivo, riporta Digiday, è che una relazione con un creator non può essere gestita dalla "persona influencer" del team PR mentre il budget è in mano a qualcun altro: quel disallineamento, tra chi parla col creator e chi controlla i soldi, è oggi una delle rotture più frequenti. Per i creator è un'informazione preziosa in fase di trattativa: capire chi, dall'altra parte, ha davvero la firma sul budget.

Sullo sfondo resta l'incognita AI. Un sondaggio McKinsey su 521 marketer (marzo 2026) fotografa un settore diviso: l'87% è entusiasta delle possibilità dell'intelligenza artificiale, ma il 57% è in ansia per il proprio ruolo; quasi il 60% la usa più volte a settimana, però meno del 10% ne ha estratto valore lungo interi flussi di lavoro. Per chi crea contenuti, la lettura è chiara: mentre i brand cercano partner stabili e "proprietari", la finestra per posizionarsi come collaboratore strategico — e non come fornitore intercambiabile — è aperta adesso.